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Cannabis contro il cancro: scienza, non semplici dicerie

Da tempo le doti terapeutiche della cannabis sono note, in molti ambiti della medicina e per molti aspetti della salute. Sappiamo infatti che la cannabis ha ottime proprietà calmanti, ansiolitiche, antiepilettiche e in generale che funziona molto bene anche sui recettori dell’appetito. In sostanza si comporta molto bene a livello neurologico, in particolare agisce anche sui recettori del dolore. Non a caso viene utilizzata nelle cure palliative oncologiche e durante le chemioterapia per ostacolare la nausea e favorire un migliore benessere. Fatta questa premessa, negli ultimi anni la cannabis si è mostrata essere importante anche nella cura di alcuni tumori, soprattutto del neuroblastoma. A confortare tale affermazione ci sono diverse ricerche scientifiche, che sottolineano quanto sia il Cbd che il Thc possiedano un ruolo importante nell’uccidere le cellule del neuroblastoma. Cerchiamo di capirci di più in questo articolo.

Come agisce il Cbd contro il neuroblastoma

Nel 2016 la rivista medica Current Oncology pubblicò uno studio in cui veniva dimostrato che tanto il Cannabidiolo quanto il Tetraidrocannabinolo hanno un ruolo importante nel neutralizzare le cellule del neuroblastoma. Il Cbd, in particolar modo, si è rivelato davvero efficace nell’uccidere queste cellule.

Il neuroblastoma è un tipo di tumore tristemente noto per il fatto che colpisce soprattutto pazienti in età pediatrica, e che spesso non è curabile, e dà vita a diagnosi infauste. Ma come fa il Cbd ad annientare le cellule di questa patologia tanto terribile? Innescando un processo di apoptosi. Si tratta di un meccanismo già utilizzato dall’organismo umano quando ci si trova di fronte a cellule malate, inefficaci e malfunzionanti. Meccanismo che però quando si tratta di neoplasie purtroppo non funziona. Nel caso specifico le molecole di Cbd e di Thc inducono le cellule di neuroblastoma a “suicidarsi” nel cervello. Questo fatto è stato provato da un esperimento portato avanti ventitré anni fa da alcuni medici sui topi, il che portò a concludere che il Thc potesse essere di valido aiuto alla chemioterapia nella lotta contro il cancro. Ciò aprì allora ed apre oggi scenari interessanti anche in altre patologie, e nella gestione delle terapie intensive.

Come agisce la cannabis sulle cellule tumorali

Le cellule tumorali sono proprio come le cellule del nostro organismo: crescono e si riproducono in continuazione. Lo scopo della loro crescita però non è far star meglio il nostro corpo ma distruggerlo. Una volta perciò che il cancro si avvia a riprodursi, le cellule danno vita ad una scissione continua, seguita da un’espansione a tutti gli organi. Si tratta della cosiddetta proliferazione neoplasica che poi dà via al triste fenomeno delle metastasi. Proprio contro questa fase agiscono il Cbd e il Thc. In pratica i cannabinoidi sono risultati antiproliferativi: bloccano cioè la scissione e l’espansione delle cellule tumorali.

I cannabinoidi bloccano le metastasi: le ricerche scientifiche in proposito

Sono tanti gli studi scientifici che attestano questo tipo di comportamento da parte dei cannabinoidi. Questi ultimi bloccano cioè le metastasi. Tre studi molto importanti, a tal proposito, vanno almeno citati.

  • Il primo lo si data al 2008, di matrice spagnola (Università Complutense di Madrid), ed ha scoperto come i cannabinoidi, componenti attivi della Cannabis sativa L. e dei loro derivati, inibiscano la crescita tumorale negli animali da laboratorio inducendo apoptosi (abbiamo visto prima cosa significa questa parola) delle cellule tumorali e compromettendo l’angiogenesi tumorale. È stato anche riferito che questi composti inibiscono la diffusione delle cellule tumorali, tuttavia i bersagli molecolari di questa azione cannabinoide rimangono sfuggenti. La ricerca si basò nello specifico sui tumori cerebrali, i cosiddetti gliomi, capendo poi che gli stessi meccanismi li si ritrova anche in alcuni carcinomi cutanei e nei melanomi.
  • Tre anni dopo, nel 2011, gli scienziati della Vanderbilt University, in Tennessee hanno trovato la prova di come il Cbd sia anti-angiogenico. Tuttavia esso non funziona in maniera simile al Thc, bensì sinergica. Questa, insomma, fu una grande notizia, in quanto dimostra come i cannabinoidi possano lavorare simultaneamente, ma in maniera diversa, su diverse cellule tumorali. Per capire la portata di questa scoperta sono necessarie poche parole sul processo dell’angiogenesi. Si tratta di un metodo con cui i tumori si procurano il sangue di cui hanno necessità per nutrirsi e crescere. L’angiogenesi perciò permette ai tumori di creare dei nuovi vasi sanguigni, in una sorta di organismo maligno all’interno del corpo umano. Questi vasi diventeranno, via via che il male avanza, sempre più grandi, fino ad impedire il normale funzionamento della normale circolazione sanguigna. Ebbene, i cannabinoidi impediscono al tumore di creare dei nuovi vasi sanguigni.
  • Nel 2012 un altro studio importantissimo portato avanti dall’Università di Madrid ha chiarito con certezza come la cannabis abbia un’effettiva proprietà anti-angiogenica ed anti-metastatica.

L’investimento di alcune realtà imprenditoriali

Forti di queste, ed altre, scoperte, alcune aziende farmaceutiche stanno sperimentando l’impiego della cannabis proprio per la lotta a tumori come il neuroblastoma, il glioblastoma e il melanoma. Una di queste è una nota realtà imprenditoriale israeliana, Cannbit, che ha dato il via da qualche mese ad una sperimentazione su volontari. Alla guida di questo esperimento/studio c’è Raphael Mechoulam, esperto internazionale in questo campo. Importante anche l’investimento economico che consente di portare avanti questa ricerca: Cannbit da sola, ad esempio, ha messo su questo progetto 400 mila dollari, e 2 milioni di dollari per la realizzazione di un farmaco.

Perché non si investe in questo tipo di ricerca? Gli ostacoli sono economici

Eppure, a parte qualche sparuta eccezione nel mondo, nessuno sembra ancora investire in maniera considerevole in questo tipo di ricerca, anche se le evidenze ci sono. Sono tanti gli anni in cui il rapporto tra cannabinoidi e tumori viene studiato. Il primo studio risale addirittura al 1974, e vi era coinvolto lo scienziato Manuel Guzman. Da allora, a parte gli studi citati sopra, non vi sono stati investimenti in denaro per consentire ampi riscontri clinici. La motivazione sembrerebbe essere economica e bisognerebbe puntare proprio sull’aggirare quest’ostacolo se si vogliono ottenere dei riconoscimenti in proposito. Se dunque la risposta sulle possibilità della cannabis di ostacolare la crescita dei tumori è vaga, il motivo lo si deve ritrovare sulla mancanza di sperimentazione sufficiente. Il professor Guzman era tra coloro che ha lavorato insieme al dottor Guillermo Velasco e alla dottoressa Cristina Sanchez agli studi portati avanti dall’Università Complutense di Madrid. Si tratta forse dei medici e ricercatori più preparati su questo settore che vi possano essere al mondo. Per le speranze che in futuro i loro studi possano essere utilizzati, riportiamo una dichiarazione che Guzman ha rilasciato ad alcuni organi di informazione:

Sarebbe stupendo vedere le nostre ricerche applicate. Ma noi possiamo fare ricerca di base, poi bisogna coinvolgere i medici e le aziende per gli studi clinici. Noi possiamo essere dei catalizzatori e aiutare nei protocolli nelle analisi e nei materiali. Ma non possiamo prescrivere farmaci o seguire i pazienti, è fuori dalla nostra responsabilità. Però faremo del nostro meglio per convincere le aziende a finaziarli, perché alla fine, il futuro è questo“.

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4791143/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9771884/

Cannabinoids Inhibit Glioma Cell Invasion by Down-regulating Matrix Metalloproteinase-2 Expression | Cancer Research (aacrjournals.org)

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