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Semi e genetiche per una coltivazione certificata

I prodotti per essere di alta qualità e sicuri per la nostra salute devono arrivare da coltivazioni certificate e ottenuti con semi e genetiche controllate.

Nella diretta affrontiamo questo tema basilare per comprendere la filiera della canapa e dei prodotti che ne derivano.

Ne parliamo con Giuseppe Palumbo, esperto di coltivazione di canapa light.

Ti aspettiamo martedì, 30 novembre, alle ore 18,30 


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Semi e genetiche per una coltivazione certificata

Giuseppe Palumbo fin da giovane si appassiona alla coltivazione delle piante di canapa e con l’avvento della canapa legale ha potuto trasformare la sua passione in un lavoro.

Innanzitutto, i semi per la canapa light devono essere certificati. Ci sono diverse varietà certificate: la Comunità Europea ha fatto una lista e chiunque ha una Partita Iva agricola può acquistarli da consorzi che li producono e hanno differenti genetiche da offrire.

La genetica dei semi nella coltivazione della canapa

Le genetiche si distinguono in dioiche e monoiche.

Le varietà di semi dioiche sono selezionate per lo sviluppo dei cannabinoidi sul fiore. Ci permettono di ottenere una pianta che svilupperà sicuramente un sesso o maschile o femminile, in modo distinguibile. A quel punto si tolgono dal campo le piante maschili, in modo che non impollinino e sono portate al termine della fioritura solo le piante che producono le gemme femminili dei fiori di canapa. Infine vengono raccolte a mano e in base alle esigenze sono sviluppati diversi prodotti: infiorescenza, wax, cristalli, olio di CBD.

Le sementi da usare per ottenere prodotti di canapa ad uso alimentare sono invece le monoiche. Si tratta di piante di canapa che hanno sia un sesso maschile (producono fiore con i semi) sia un sesso femminile. In questo secondo caso nel campo si lasciano crescere maschi e femmine, cambia dunque la tipologia di coltivazione. Le genetiche monoiche vengono utilizzate per l’estrazione di olio alimentare, per la produzione di farine o di prodotti come il pellet per stufe o componenti di bioedilizia derivati dal canapulo.

La Comunità Europea ha selezionato più di 100 tipologie di semi tra varietà monoiche e dioiche, ma le più diffuse tra i coltivatori sono una decina circa per entrambe le tipologie.

La Carmagnola è una delle varietà dioiche più conosciute sia a livello di produzione sia a livello di estetica del fiore, perché molto apprezzata come aroma dai consumatori. Tra le monoiche c’è la Felina 32 che è molto utilizzata per l’estrazione di olio alimentare. Queste piante ad uso alimentare non contengono tracce di THC, ne hanno una percentuale bassissima (< 0,2%).

Nella coltivazione, è molto difficile assicurare una concentrazione di THC così precisa sempre, soprattutto perché per legge si lavora su percentuali bassissime, al di sotto dello 0,6%.

Questo perché sono moltissimi i fattori possono che incidere al suo innalzamento:

  • il momento del taglio
  • i fertilizzanti utilizzati (minerali o fitofarmaci)
  • l’altitudine delle coltivazioni.

Purtroppo non si può controllare la pianta in maniera meccanica. Dobbiamo sempre ricordarci che si tratta di natura, stiamo lavorando con delle piante ed è impossibile standardizzare un prodotto che già tra un fiore e l’altro presenta differenze a livello di cannabinoidi.

Se c’è un controllo e le piante superano questo limite massimo di THC consentito, il prodotto viene distrutto senza alcuna ripercussione penale o civile per l’agricoltore o per l’azienda agricola. Ovviamente si deve aver fatto tutto l’iter burocratico necessario per coltivare la canapa legale previsto dalla Legge 242 del 2 dicembre 2016.

Quali varianti coltivare?

Nella scelta delle varianti da coltivare, la richiesta di mercato gioca un ruolo fondamentale. Se una varietà rispetto ad altre viene preferita allora i produttori si indirizzeranno verso il genere di genetica favorita. In realtà, le varietà a disposizione che rispondono alle esigenze dei consumatori non sono molte. L’obiettivo degli agricoltori è ricercare aromi e profumi che siano il più vicino possibile alle richieste del mercato.

Ricreare nuovi aromi e profumi partendo da una varietà (ad esempio, la Carmagnola) è una parte di lavoro molto tecnica, frutti di anni di ricerca.

Entrando nel dettaglio, la pianta matrice prende il nome di genotipo e viene sviluppata in tanti esemplari differenti che si chiamano fenotipi. Quando si trova un fenotipo interessante, allora si può andare in produzione.

Sono tantissimi i fenotipi che si possono ricercare, ma si selezioneranno soltanto quelli che sono più vicini alla linea guida che il mercato ricerca per portarli a fioritura. Non li si può portare tutti, perché le piante una volta entrate in fioritura vanno seguite parecchio.

Di solito le aziende agricole si rifanno alle genetiche più o meno scelte anche dalle altre aziende, magari cambiano i nomi che si danno al prodotto finale. Per arricchire un’infiorescenza di fragranze che mancano alla pianta madre, i breeder prendono un fenotipo, lo ibridano con lo stesso fenotipo, fanno un “per per” che successivamente incrociano con un altro fenotipo. Al terzo giro si ritorna con la madre iniziale, per dare quel sottofondo in più a una base già buona. Questo tipo di ricerca ancora un po’ manca nella cannabis light, mentre nella canapa con THC ci sono migliaia di esemplari e di genetiche perché è coltivata da centinaia di anni.

Inoltre il processo di ricerca e selezione non lo fa ogni azienda agricola in egual modo. C’è chi compra le piante e le mette in campo, dipende anche dall’investimento economico che si decide di fare.

La talea (ovvero la parte di pianta che è in grado di mettere radici e generare un nuovo individuo) si può impiantare da maggio. Anche in questo caso, ci sono diverse correnti di pensiero, varia anche a seconda del punto dove viene fatta la coltivazione. In diverse parti d’Italia a maggio o ad aprile ancora gela di notte e quindi non si possono impiantare le talee, perché le piante si bloccano. L’ideale sarebbe piantarle dalla fine di maggio in poi. Partire prima, ad aprile per esempio, non è necessario, è soltanto uno spreco di fertilizzante, mano d’opera e ore di lavoro.

La canapa ha un problema, il fusto crescendo diventa rigido e fa fatica a trasmettere i nutrienti e la linfa su tutta la pianta. Dunque prima si fa partire la stagione più c’è il rischio che ad agosto la pianta abbia bisogno di più aiuto esterno, perché portare a fioritura una pianta molto grande significa dover aumentare di molto le dosi di fertilizzante. Molte aziende sottovalutano questo aspetto e poi si ritrovano fiori con problemi di grandezza, inconsistenti.

La raccolta delle piante

Il momento della raccolta va stabilito anche in base alla genetica della pianta. Tanti fenotipi sono antecedenti o tardivi: si può partire dall’ultima settimana di settembre fino alla metà di ottobre per la raccolta, anche in base ai principi attivi che uno vuole ottenere. La raccolta delle piante varia a seconda del prodotto finale che si vuole ottenere.

Se si vogliono ottenere i fiori, la raccolta è fatta a mano pianta per pianta per preservare le cime. Poi c’è chi preferisce tagliare cima per cima e mettere in cassette e chi, invece, taglia la pianta intera e poi estrae le cime successivamente, prima di appendere le piante. La canapa, dopo il raccolto, va appesa a testa in giù per 3 settimane in un ambiente con 60% di umidità e 19 gradi di temperatura circa.

Una volta che le piante sono seccate, si procede alla pulizia del raccolto e le si “sbocciola”, ovvero si separa ramo dal fiore. I fiori sono poi messi a trimmare: date le quantità di cannabis light che si producono, è impensabile svolgere questo lavoro solo a mano. Gli agricoltori si dotano quindi di un trimmer, che è una macchina per pulire le cime dalle foglie. Dopodiché la merce è rivista e selezionata a mano per togliere gli scarti o le impurità del prodotto (es. boccioli toccati da muffe, bruchi, ragni o altro).

Al contrario, se la destinazione d’uso finale è un wax o un’estrazione di cannabinoidi come una pasta CBD, un cristallo di CBD, non viene fatto il taglio a mano selezionato, né l’appeso a testa in giù. Dunque se l’obiettivo è l’estrazione allora cambia la tipologia di raccolto.

Il taglio si fa sempre dalla terza settimana di settembre fino alla metà di ottobre, non si fa a mano ma si entra nel campo con una trincia che aspira le piante e lascia alla base del terreno il ramo, il canapulo. Le cime sono aspirate e trinciate poi sono portate a un forno per essicazione e si ottiene così una biomassa pronta all’uso. Se si vuole procedere con l’estrazione dei cannabinoidi, esistono dei macchinari appositamente studiati per questo processo e il prodotto finale è rilasciato integro e puro.

Partendo dalla raffinazione del wax si ottiene il crumble e a sua volta il crumble raffinato ci permette di ottenere i cristalli. Questi prodotti si dividono in fitocomplessi, full spectrum o isolati (hanno solo il CBD).

Sempre dal wax si ottiene anche l’olio di CBD, con diverse gradazioni. Un olio CBD può essere full spectrum naturale o si può aggiungere altro CBD tramite un cristallo monocannabinoide, in caso se ne desiderasse una percentuale più elevata. Questo perché se l’olio è un full spectrum naturale, man mano che aumentiamo la quantità di CBD aumentano anche gli altri cannabinoidi e il THC non può mai salire oltre lo 0,6% per legge.

Coltivare la canapa: la lavorazione post raccolta

Il momento post raccolta non va mai sottovalutato. Spesso chi si approccia alla coltivazione della canapa impianta un numero di piantine molto elevato, ma poi non si ha la possibilità di lavorarle nei tempi previsti né di farle seccare. Si devono fare dei grossi investimenti dopo che si va in raccolta, perché c’è bisogno di manodopera nei campi, personale in grado di occuparsi dello stoccaggio, acquisto di strumenti per la pulizia e per lo smercio. La canapa, dopo essere stata raccolta, si deteriora in fretta e bisogna quindi avere pronte le risorse per occuparsi della pianta, non si può improvvisare.

Per concludere, possiamo dire che la canapa non è una pianta difficile da coltivare e chiunque con un minimo di conoscenze agricole potrebbe far uscire un prodotto medio-buono commerciabile. La vera sfida è ottenere un prodotto che si distingue, tanto da colpire le nicchie di mercato.

È inoltre complesso realizzare un prodotto finale con un principio attivo sempre uguale, ci sono formule di laboratorio per creare gli oli. Questo aspetto è fondamentale, perché soprattutto chi usa il CBD per scopi medici deve poter usufruire del principio attivo sempre nelle stesse quantità.

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