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Cancro e cannabis. A che punto siamo?

Venerdì 4 febbraio è la giornata mondiale per la lotta contro il cancro.

Nella diretta di questa settimana, giovedì 3 febbraio alle ore 19,00, con il dr Domenico Battaglia esaminiamo alcuni studi scientifici e trial che hanno confermato le virtù terapeutiche della pianta di cannabis, note ormai da parecchio tempo. Oggi i cannabinoidi possono quindi essere impiegati in tutta sicurezza per il trattamento di diverse patologie. Gli studi e i trial dimostrano l’efficacia della cannabis anche nel contrastare il cancro. Non c’è nulla di magico o miracoloso ma è un aiuto abbinato anche ad altre terapie.

Ti aspettiamo giovedì 3 febbraio, alle ore 19


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Cancro e cannabis. A che punto siamo?

Anziché di “lotta al cancro” sarebbe bello parlare sempre di più di prevenzione, perché per cambiare approccio verso la malattia bisogna iniziare a modificare il nostro vocabolario. La lotta, infatti, prevedere che qualcosa si è già instaurato e noi siamo arrivati dopo, invece con la prevenzione possiamo fare tutto ciò che è in nostro potere affinché i tumori non trovino terreno fertile per svilupparsi.

I cannabinoidi possono avere un ruolo importante nella gestione di una patologia tumorale. Partiamo col dire che una delle principali indicazioni del Sistema Sanitario Nazionale per l’utilizzo di cannabinoidi è proprio per il dolore oncologico. Un tumore avanzato che destruttura un organo come le ossa, i tendini o comprime organi vicini tra loro causa avere dolori cronici e laceranti ed è importante agire su queste condizioni.

I cannabinoidi ci consentono di gestire sia il dolore oncologico sia l’infiammazione, grazie ai principi attivi presenti nella cannabis, come il THC, il CBD e anche il CBG che è un potente antinfiammatorio che quindi svolge un ruolo sinergico.

CBD e CBD per contrastare l’infiammazione

Nell’eziopatogenesi del tumore si parla sempre di un terreno favorevole allo sviluppo di cellule tumorali che è sempre un terreno infiammato, per cui l’azione antinfiammatoria del CBD e del CBG può essere un valido deterrente nel tempo per evitare la formazione dell’infiammazione. Ovviamente la prevenzione deve essere fatta in tanti modi, unendo alimentazione, stile di vita corretto, movimento e gestione degli eventi stressogeni.

Nel fiore di cannabis ci sono infatti oltre 200 principi attivi che possono agire e interagire. È importante anche la forma in cui la cannabis viene assunta, ad esempio il vaporizzatore è l’ideale per il dolore perché i principi attivi agiscono così in brevissimo tempo. Ci sono poi altri modi per somministrare i cannabinoidi, come l’olio oppure le resine che sono un’iperconcentrazione dell’olio.

Oltre a contrastare il dolore e l’infiammazione, ci sono poi altri effetti che i cannabinoidi hanno nei confronti del tumore. Ci sono alcuni studi che ci dimostrano come il THC sia un inibitore dello sviluppo delle cellule tumorali.

L’attività antitumorale del THC

Il THC nelle cellule in vitro (quindi in una situazione particolare, non nella situazione in vivo dell’organismo con tutte le sue variabile) inibisce la crescita di alcuni gruppi di cellule tumorali. Ha un’attività antitumorale e questo è e sarà oggetto di studi nel prossimo futuro, per capire se i meccanismi nelle cellule in vitro possono attuarsi in un organismo multifattoriale. Dobbiamo sempre disgiungere questa informazione dal trarre conclusione affrettate: la cannabis non è miracolosa, non è una panacea per tutti i mali. Le terapie con i cannabinoidi sono quindi di supporto alle terapie oncologiche tradizionali come chirurgia, chemio e radioterapia e deve essere affiancata a un’alimentazione specifica studiata per il paziente.

Un meccanismo che si viene a sviluppare durante l’accrescimento del tumore è il meccanismo della neoangiogenesi, che significa nuova produzione di vasi sanguigni, arteriosi, venosi e di tipo capillare che prima non esistevano e che portano nutrimento al tumore. Questo sistema per il tumore funziona molto bene, nel senso che le forme tumorali sono sempre molto vascolarizzate anche se è una vascolarizzazione disorganizzata. È un processo che qualche studioso ha paragonato in modo mirabile al trofoblasto cioè un corpo in cui durante la gravidanza è contenuto l’aggregato cellulare fecondato e da cui poi si sviluppa l’embrione e poi il feto. Quando il trofoblasto deve localizzarsi e mettere radici nella parete dell’utero si creano delle situazioni molto simili a quelle di un tumore anche se qui ovviamente si tratta della nascita di una nuova vita, perché il tessuto incomincia a creare vasi e a collegarsi a quelli della parete uterina. L’organismo in questo caso accetta un organo totalmente diverso e lo stesso accade anche per il tumore.

Il THC agisce in senso antiangiogenetico e il CBD in senso antinfiammatorio. Questi due principi attivi svolgono una mansione sinergica, quindi è bene sempre avere alte quote di CBD e THC a disposizione per gestire le problematiche oncologiche, sempre in associazione o a supporto delle terapie classiche.

Intorno al tumore si creano spesso degli aggregati cellulari che però non sono ancora tumorali, ma si tratta di cellule senescenti o infiammate. Per andare a migliorare la loro condizione si può controllare l’infiammazione con CBD e CBG. Così facendo si può  arginare lo sviluppo e la promozione del volume tumorale.

L’importanza del rapporto medico-paziente

I pazienti oncologici solitamente si trovano molto bene con i cannabinoidi, che sono utili anche per stimolare il l’appetito e aiutano a di nutrirsi in modo sano. Quando parliamo di cannabis terapeutica per scopi oncologici, il THC è al 22, 24, 26% – sempre alto: si scelgono le infiorescenze con questo tipo di percentuali, altrimenti non si hanno gli effetti attesi. A tale proposito, è importante informare i pazienti su quali sono gli obiettivi di una cura a base di cannabinoidi, non bisogna illuderlo con prospettive mirabolanti, ci sono dei limiti ovviamente anche con queste terapie. Bisogna poi ricordarsi che la terapia con i cannabinoidi non può essere standardizzata, ma va modulata sulla base di come reagisce l’organismo del singolo paziente e di settimana in settimana si apportano le modifiche necessarie. Questo aspetto è molto importante e bisogna tenerlo a mente, soprattutto oggi che siamo abituati a cure “standard”, uguali per tutti.

Anche la consapevolezza che il paziente ha della terapia e il dialogo con il medico cambiano le sorti della terapia stessa. Un rapporto positivo e di collaborazione tra medico e paziente dà un booster alla terapia ed è fondamentale, perché il paziente deve capire a fondo cosa sta accadendo nel suo organismo, deve essere un alleato della terapia e non deve semplicemente subirla o farla perché l’ha detto il dottore. Dietro alla prescrizione ci deve essere una spiegazione non superficiale da parte del dottore e la capacità di essere presenti col paziente e chiarirgli eventuali dubbi. La medicina deve sempre mettere al centro il paziente e il suo benessere.

Per riassumere, possiamo dire che:

  1. anche nelle terapie oncologiche, i cannabinoidi sono utili nel momento in cui sono usati nel loro insieme, si sfrutta l’effetto entourage;
  2. nell’ambito oncologico i cannabinoidi possono affiancare le terapie già in corso e aiutare gestire situazioni che spesso sono frequenti in questi pazienti: dolore, nausea, inappetenza;
  3. i cannabinoidi nei pazienti oncologi vanno ad agire su più livelli, placano l’infiammazione, favoriscono l’apoptosi (cioè la morte delle cellule tumorali) e vanno a inibire la neoangiogenesi.

Concludiamo così come abbiamo iniziato, dicendo che in termini di azioni sarebbe bello se si parlasse di prevenzione al cancro anziché di lotta. La prevenzione si fa lavorando sui nostri stili di vita, si può invertire la rotta a qualunque età se si è ben guidati dal proprio medico.

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