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L’efficacia della cannabis terapeutica nella cura dei sintomi del Parkinson.  Cosa dice la scienza.

Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenerativa del sistema nervoso centrale ed è principalmente correlata alla degenerazione delle cellule che si trovano in una zona profonda del cervello. Queste cellule hanno il compito di produrre dopamina, il neurotrasmettitore che attiva i circuiti che controllano i movimenti e l’equilibrio.

Si tratta di una malattia molto diffusa: è la seconda più comune patologia neurodegenerativa, dopo il morbo di Alzheimer. Solo in Italia colpisce circa 230mila persone e il 75% ha un’età superiore ai 65 anni.

I sintomi legati a questo disturbo sono:

  • il tremore a riposo;
  • la rigidità; 
  • la bradicinesia (lentezza dei movimenti automatici);
  • l’instabilità posturale (perdita di equilibrio).

Purtroppo al momento non esiste nessuna cura definitiva per questa patologia, ma ci sono diversi trattamenti studiati per contenerne la sintomatologia. Attualmente, è la levodopa il farmaco più utilizzato per alleviare i sintomi ma, se usato sul lungo periodo, può causare discinesie (movimenti involontari) e fluttuazioni motorie.

La ricerca scientifica negli ultimi anni si è focalizzata sugli utilizzi della cannabis come opzione terapeutica per alleviare i disturbi portati dal Parkinson. In particolare, i cannabinoidi rappresentano un aiuto per:

  • ridurre le discinesie;
  • ridurre le bradicinesie i tremori, la ridigità;
  • migliorare il sonno;
  • migliorare il tono dell’umore e lo stato d’animo dei pazienti.

In questo articolo abbiamo raccolto alcuni studi portati avanti da importanti università di tutto il mondo che evidenziano come i cannabinoidi possano essere un valido supporto alle terapie classiche per il Parkinson

Emerge inoltre l’urgenza di divulgare maggiormente i benefici dell’utilizzo della cannabis, perché da alcuni sondaggi svolti si è notato che sono ancora troppi i pazienti e le famiglie dei malati che non conoscono le potenzialità di questa pianta.

Studio di ricercatori israeliani dell’Università di Tel Aviv pubblicato sulla rivista Clinical Neuropharmacology (2014)

L’uso della cannabis terapeutica per il trattamento di varie condizioni mediche è stato ben documentato nella letteratura scientifica. In questo primo articolo che abbiamo preso in analisi realizzato da un gruppo di ricercatori di Tel Aviv, l’obiettivo è approfondire gli effetti della pianta su pazienti con il morbo di Parkinson, per valutarne l’effetto clinico sui sintomi motori e non motori della malattia.

La ricerca si è svolta su ventidue pazienti con morbo di Parkinson che hanno frequentato una clinica per disturbi motori nel periodo 2011-2012. Sono stati valutati al basale e 30 minuti dopo aver fumato cannabis utilizzando i seguenti parametri:

  • scala di valutazione unificata della malattia di Parkinson;
  • scala analogica visiva; 
  • scala di intensità del dolore; 
  • questionario McGill Pain in forma abbreviata; 
  • questionario sulla cannabis medica del Centro di ricerca nazionale sulla droga e sull’alcol.

I risultati ottenuti sono davvero incoraggianti: il punteggio totale medio sulla scala di valutazione unificata della malattia di Parkinson è migliorato significativamente dopo il consumo di cannabis. In particolare, l’analisi specifica dei sintomi motori ha rivelato un miglioramento significativo dopo il trattamento, soprattutto per quanto riguarda il tremore, la rigidità e la bradicinesia.

C’è stato un miglioramento notevole dei punteggi anche per quanto riguarda la qualità del sonno e il dolore percepito, mentre non sono stati osservati effetti avversi significativi del farmaco. Alla luce di questi risultati, è evidente che la cannabis dovrebbe avere un ruolo di maggior rilievo nelle cure per ridurre gli effetti del morbo di Parkinson.

Studio di ricercatori di varie università tedesche pubblicato sulla rivista Neurology and Preclinical Neurological Studies (2019) 

La cannabis è stata legalmente approvata in diversi paesi per il trattamento di pazienti con morbo di Parkinson. Pertanto, i pazienti affetti da questa malattia sempre più spesso si rivolgono al medico per la prescrizione di cannabinoidi per alleviare i sintomi che potrebbero non rispondere bene al trattamento dopaminergico. 

In questo articolo realizzato da un gruppo di ricercatori tedeschi si è evidenziato come, nonostante il volume crescente di ricerche nel campo dei cannabinoidi e del loro effetto sul morbo di Parkinson, servano più dati clinici sufficienti per poter migliorare e rendere ancora più autorevoli le ricerche sul campo. 

Per fortuna, negli ultimi anni ci si è mossi in questa direzione: le conoscenze scientifiche sul sistema endocannabinoide e sulla distribuzione dei recettori dei cannabinoidi sono state approfondite. Questo è un ottimo punto di partenza per comprendere come i pazienti affetti da Parkinson possono beneficiare degli effetti della cannabis terapeutica.

Per quanto riguarda la ricerca clinica, negli studi condotti e controllati con placebo, si è mostrato un effetto sui sintomi motori con l’attenuazione della discinesia. Esiste inoltre un numero crescente di ricerche e case non controllati che suggeriscono gli effetti benefici dei cannabinoidi nei pazienti con il morbo di Parkinson. Tuttavia, la varietà di sostanze studiate, le diverse vie di assunzione, le diverse dosi rendono difficile il confronto dei dati

I ricercatori tedeschi dopo aver condotto una panoramica dell’attuale letteratura scientifica in questo campo e discusso di un approccio pragmatico per l’utilizzo clinico dei cannabinoidi, hanno confermato che la cannabis ha tutte le potenzialità per essere integrata nelle cure per ridurre la sintomatologia portata dal morbo di Parkinson.

Studio di un gruppo di ricercatori messicani pubblicato sulla rivista Frontiers in Pharmacology (2020)

I fitocannabinoidi della Cannabis sativa L. sono stati, fin dall’antichità, proposti come alternativa farmacologica per il trattamento di vari disturbi del sistema nervoso centrale. È interessante notare che i recettori dei cannabinoidi (CBR) sono molto presenti nel circuito dei gangli della base (che controlla i movimenti volontari) sia degli animali che dell’uomo. 

I gangli della base sono strutture sottocorticali che regolano quindi l’inizio, l’esecuzione e l’orientamento del movimento. In questo articolo, realizzato da un gruppo di ricercatori messicani, si evidenzia che i recettori dei cannabinoidi regolano la trasmissione dopaminergica nella via nigro-striatale e, quindi, anche nel circuito dei gangli. Il funzionamento del circuito dei gangli della base è influenzato dalle patologie legate ai disturbi del movimento, come il morbo di Parkinson.

Ad oggi, il farmaco più efficace per contenere i sintomi della malattia è la levodopa; tuttavia, il trattamento a lungo termine con levodopa può provocare un tipo di discinesie a lungo termine, ovvero le discinesie indotte da levodopa

La suddetta ricerca si è quindi concentrata su come il sistema endocannabinoide partecipi alla neuromodulazione fisiologica del circuito dei gagli della base per controllare il movimento. È stato dimostrato che i recettori dei cannabinoidi inibiscono il rilascio di neurotrasmettitori, mentre gli endocannabinoidi svolgono un ruolo chiave nella regolazione sinaptica del circuito

Nell’ultimo decennio, il cannabidiolo (CBD), un fitocannabinoide non psicotropo, ha dimostrato di avere effetti compensatori sia sul sistema endocannabinoide che come neuromodulatore e neuroprotettore. Recenti ricerche condotte a livello molecolare hanno proposto che il CBD sia in grado di attivare altri recettori, come CB2 e il recettore TRPV-1, entrambi espressi nei neuroni dopaminergici della via nigro-striatale. Questi risultati aprono nuove linee di indagine scientifica sugli effetti del CBD a livello di comunicazione neurale

Dato il basso numero di alternative terapeutiche farmacologiche per il morbo di Parkinson attualmente disponibili, la ricerca di molecole con il potenziale terapeutico per migliorare la comunicazione neuronale è fondamentale. Pertanto, lo studio del CBD e dei meccanismi scaturiti dal suo utilizzo va approfondito per poter apportare un ulteriore aiuto ai pazienti affetti da questa patologia.

Studio di ricercatori dell’Università di Amburgo pubblicato sul Journal of Parkinson’s Disease  (2021)

Come abbiamo premesso nell’introduzione, il numero di pazienti e di famigliari di malati di Parkinson che sono a conoscenza dei benefici della cannabis terapeutica per il contenimento dei sintomi del morbo è ancora troppo basso. Lo evidenzia anche questo studio portato avanti dall’Università di Amburgo, che si sviluppa a partire dalla seguente domanda: qual è il punto di vista dei pazienti che vengono trattati con la cannabis medica per contrastare i sintomi del morbo di Parkinson? 

L’obiettivo dei ricercatori tedeschi è quindi quello di valutare l’esperienza delle cure con i cannabinoidi nelle persone affette da questo disturbo neurodegenerativo. 

La ricerca si è basata su un questionario, dove sono stati valutati i seguenti parametri:

  • interesse da parte dei pazienti verso la cannabis terapeutica;
  • frequenza di assunzione;
  • modalità di assunzione;
  • efficacia nel contrastare i sintomi;
  • tollerabilità da parte dell’organismo.

Il questionario è stato distribuito a livello nazionale attraverso il giornale dell’Associazione tedesca per il Parkinson e localmente, presso la clinica universitaria di Amburgo in cui si è svolta la ricerca. In totale sono stati analizzati 1.348 questionari (1.123 a livello nazionale, 225 locali), da cui sono emersi i seguenti risultati:

  • il 51% dei partecipanti era a conoscenza della legalità dell’utilizzo della cannabis terapeutica per trattare la malattia; 
  • solo il 28% era consapevole dei diversi metodi di somministrazione della cannabis;
  • Infine, purtroppo solamente il 9% degli intervistati conosceva la differenza tra delta9-tetraidrocannabinolo (Δ9-THC) e cannabidiolo (CBD). 

Come dato generale, l’uso di cannabis correlato alla malattia di Parkinson è stato segnalato dall’8,4% dei pazienti ed è stato associato persone di età più giovane, che vivono in grandi città e che hanno una migliore conoscenza degli aspetti legali e clinici della pianta. La riduzione del dolore e dei crampi muscolari è stata segnalata da oltre il 40% dei consumatori di cannabis

Il miglioramento dei sintomi è stato segnalato dal 54% degli utenti che hanno assunto CBD per via orale e dal 68% che ha inalato cannabis contenente THC. Rigidità/acinesia, congelamento, tremore, depressione, ansia e sindrome delle gambe senza riposo migliorano soggettivamente di oltre il 20% e la tollerabilità complessiva è buona. 

In conclusione, lo studio ha dimostrato che già molti pazienti affetti da morbo di Parkinson sfruttano i benefici della cannabis terapeutica, ma il suo utilizzo dovrebbe essere divulgato maggiormente.

Conclusioni

Nonostante molti pazienti traggano beneficio dalle cure tradizionali a base di farmaci dopaminergici, alcuni sul lungo periodo vanno incontro a effetti collaterali o non riescono a ottenere gli effetti desiderati.

In questo scenario, la cannabis terapeutica gioca quindi un ruolo fondamentale, perché sia il CDB che il THC posso essere d’aiuto nel trattare i disordini del movimento e i sintomi non motori come ansia, insonnia, depressione e psicosi.

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Per sapere se la cannabis può essere d’aiuto per una specifica condizione di salute, puoi contattare il dott. Battaglia, medico specializzato in Urologia e in terapie con i cannabinoidi, attraverso il nostro sito web.

Bibliografia

Studio di ricercatori israeliani dell’Università di Tel Aviv pubblicato sulla rivista Clinical Neuropharmacology (2014)

https://journals.lww.com/clinicalneuropharm/Abstract/2014/03000/Cannabis__Medical_Marijuana__Treatment_for_Motor.1.aspx

Studio di ricercatori di varie università tedesche pubblicato sulla rivista Neurology and Preclinical Neurological Studies (2019) 

https://link.springer.com/article/10.1007/s00702-019-02018-8

Studio di un gruppo di ricercatori messicani pubblicato sulla rivista Frontiers in Pharmacology (2020)

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7770114/

Studio di ricercatori dell’Università di Amburgo pubblicato sul Journal of Parkinson’s Disease  (2021)

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33216043/#affiliation-1

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